In breve
- Il lutto non è una malattia da curare: è la forma che prende un legame quando la persona non c'è più.
- Non procede per fasi ordinate. Arriva a ondate, con giorni buoni seguiti da crolli improvvisi: col tempo le onde si distanziano, più che indebolirsi.
- Esistono perdite che la società fatica a riconoscere - un aborto spontaneo, un animale, un amore di cui non si poteva parlare - e fanno male esattamente come le altre.
- Chiedere aiuto non vuol dire che stai soffrendo nel modo sbagliato: vuol dire che il dolore si è fermato in un punto e fatica a muoversi.
Il lutto non è un problema da risolvere
Quello che senti non è un errore da correggere. È ciò che accade a un essere umano quando perde qualcuno che contava. Ci sono giorni in cui ti svegli e per due secondi non ricordi, poi ricordi. C'è il telefono che prendi in mano per chiamarla. C'è la sua tazza che in casa nessuno osa spostare. C'è la rabbia - verso i medici, verso chi non ha capito, a volte verso di lei che se n'è andata - e subito dopo la colpa per aver provato rabbia.
C'è il pensiero fisso su quel giorno, rivisto centinaia di volte come se guardandolo abbastanza si potesse cambiare il finale. E c'è la fatica di stare tra gli altri, che parlano di cose normali mentre a te sembra che il mondo si sia rotto. Niente di tutto questo è patologico. La cultura in cui viviamo tende però a trattare il dolore come un intoppo da smaltire in fretta e in silenzio: dopo qualche settimana ci si aspetta che tu sia «tornato quello di prima». Non tornerai quello di prima, e non è un fallimento. Diventerai qualcuno che ha attraversato questa cosa.
Come si manifesta davvero: a ondate, non a fasi
Il lutto non procede in linea retta e non rispetta l'ordine delle famose cinque fasi. Quel modello - negazione, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione - nasce dall'osservazione di persone che stavano affrontando la propria morte, non di chi resta. È diventato popolare perché è ordinato e rassicurante, ma nella realtà quasi nessuno lo vive così, e chi non ci si ritrova finisce per pensare di sbagliare anche a soffrire.
Quello che si osserva è piuttosto un movimento a onde. Una settimana in cui riesci a lavorare, poi una canzone in autoradio e sei di nuovo al primo giorno. Alcuni giorni riesci a stare dentro il dolore, altri ti butti nelle cose pratiche per non sentirlo: servono entrambi. Si oscilla di continuo tra il sentire la perdita e il rimettere in piedi la vita quotidiana, e questa oscillazione, per quanto sfiancante, è il lavoro stesso del lutto.
Con il tempo le onde si distanziano più di quanto si indeboliscano, e il secondo anniversario può essere più duro del primo. Il momento peggiore, per molte persone, non è il funerale - dove ci sono gente, cose da fare, adrenalina - ma il terzo mese: quando tutti sono tornati alla loro vita e tu resti in una casa silenziosa.
Il tempo che serve non è uguale per tutti
Non esiste una durata corretta, e chi te ne indica una sta dicendo qualcosa che non può sapere. Dipende da chi era quella persona per te, da come è morta, da ciò che era rimasto in sospeso tra voi, da chi ti sta accanto adesso e da quello che avevi già attraversato prima. Una perdita improvvisa, un suicidio, la morte di un figlio o un lutto arrivato mentre eri già in ginocchio per altro hanno percorsi diversi. Anche i legami complicati rendono tutto più intricato: quando muore un genitore che ti ha fatto del male, piangi insieme la persona e ciò che tra voi non è più possibile.
La domanda «dopo quanto dovrei stare meglio?» non ha quindi una risposta onesta in numeri. Ne ha una diversa: cambia il modo in cui il dolore occupa la giornata. All'inizio è tutto. Più avanti diventa una stanza della casa, in cui puoi entrare quando vuoi e da cui puoi anche uscire.
I lutti che nessuno riconosce
Alcune perdite fanno malissimo e non ricevono nemmeno un giorno di permesso. Sono i lutti che la società non legittima, e il mancato riconoscimento aggiunge solitudine al dolore:
- un aborto spontaneo o una gravidanza interrotta: per il mondo «non era ancora nessuno», per te era un figlio e un futuro intero;
- la morte di un animale con cui hai vissuto dieci o quindici anni, accompagnata dal «era solo un cane» di chi non può capire;
- la perdita di una persona di cui non si poteva parlare: una relazione tenuta nascosta, un amore che la famiglia non riconosceva;
- la fine di un rapporto con qualcuno che è ancora vivo - un genitore con una demenza che non ti riconosce più, un figlio che ha tagliato i ponti, una persona cambiata dalla malattia o dalla dipendenza. È un lutto senza funerale, in cui non ti è nemmeno concesso di dire addio;
- la perdita di un progetto di vita: la salute, il lavoro di una vita, la possibilità di avere figli.
Se ti riconosci in una di queste situazioni, il tuo dolore non ha bisogno del permesso di nessuno per essere legittimo. Anche la fine di un legame con una persona viva ha molto in comune con il lutto: ne parlo nella pagina sulla separazione e la fine di una relazione.
In questa pagina
Uno spazio dove dirlo
- Primo colloquio conoscitivo gratuito, in studio o in videochiamata.
- Studio a San Benigno Canavese (TO), vicino a Volpiano e Chivasso.
- Nessuno ti chiederà di superarlo in fretta.
Cosa non dire a chi ha perso qualcuno, e cosa fare invece
Quasi tutti, davanti al dolore di un amico, hanno paura di dire la cosa sbagliata: così finiscono per non dire niente, o per sparire. È il motivo per cui molte persone in lutto si sentono lasciate sole proprio da chi gli vuole bene. Non servono le parole giuste, non esistono. Serve esserci.
Frasi che feriscono senza volerlo
- «Era il suo momento», «doveva andare così». Spiegazioni che chiudono il discorso e chiedono all'altro di essere d'accordo con te.
- Ogni frase che comincia con «almeno». Almeno non ha sofferto, almeno era anziano, almeno hai altri figli: misurano un dolore che non è tuo.
- «So come ti senti». Anche se hai perso qualcuno, non lo sai. È più vero dire «non riesco a immaginare».
- «Devi essere forte», «devi reagire». Aggiungono un compito a chi non ha energie nemmeno per lavarsi i denti.
- «Se ti serve qualcosa chiamami». Sembra gentile, ma scarica su di lui la fatica di chiedere. Quasi nessuno chiama.
- I consigli non richiesti su cosa dovrebbe fare, e la parola «dovresti» in generale.
Cosa aiuta davvero
- Nomina la persona morta, e chiamala per nome. Il timore di «riaprire la ferita» è infondato: la ferita è già aperta, e sentire quel nome detto da qualcun altro è un sollievo.
- Fai una cosa concreta senza chiedere il permesso. Porta la cena, porta fuori il cane, occupati di una pratica. Proponi qualcosa di preciso: «passo giovedì alle sette con la spesa, dimmi se non va bene».
- Ascolta lo stesso racconto tutte le volte che serve. Ripetere è il modo in cui la mente digerisce l'impensabile.
- Resta anche nel silenzio. Stare seduti accanto senza parlare vale più di qualunque frase.
- Fatti vivo dopo. Al terzo mese, al compleanno, all'anniversario: quando tutti gli altri hanno smesso.
- Accetta la rabbia e le reazioni fuori posto senza prenderle sul personale.
Quando il dolore si blocca e vale la pena parlarne
Il momento in cui ha senso farsi aiutare è quello in cui il dolore, invece di muoversi, sembra essersi fermato. Non c'è un confine netto, e non lo si stabilisce da soli con una lista di sintomi. Queste però sono situazioni che molte persone raccontano, e che sono un buon motivo per parlarne con qualcuno:
- a molti mesi di distanza la vita è ancora completamente ferma: non lavori, non esci, non mangi, non dormi;
- la stanza è rimasta intatta e nulla può essere toccato, oppure, all'opposto, hai fatto sparire ogni traccia in pochi giorni;
- il senso di colpa occupa tutto lo spazio: «potevo accorgermene», «se avessi insistito con i medici»;
- eviti sistematicamente tutto ciò che riporta a quella persona, compresi luoghi e persone a cui tieni;
- bevi o usi qualcosa per dormire e per non pensare;
- ti senti in colpa nei momenti in cui stai bene, come se ridere fosse un tradimento.
C'è poi una cosa che non rientra in nessuna lista: se pensi che senza quella persona non abbia senso continuare, non aspettare e non valutare da solo. Parlane oggi con il tuo medico o con qualcuno di cui ti fidi, e in caso di pericolo immediato chiama il 112. Un lutto molto pesante può inoltre accompagnarsi a sintomi fisici o a un abbassamento del tono dell'umore che meritano una valutazione medica: il medico di base è il primo interlocutore, e non è un passaggio da saltare.
Come può accompagnare un percorso psicologico
Un percorso psicologico non toglie il dolore e non accorcia i tempi: offre un posto dove il lutto può esistere per intero. Fuori, dopo poche settimane, si smette di parlarne - per pudore, per non pesare, perché gli altri si mettono a disagio. In un colloquio non devi proteggere nessuno: puoi raccontare la stessa scena venti volte, puoi dire che sei arrabbiato con chi è morto, puoi dire che a tratti ti senti anche sollevato. Sono cose che moltissime persone provano e quasi nessuno riesce a dire ad alta voce.
Nel sostegno nei momenti di crisi si lavora su ciò che è rimasto in sospeso, sul senso di colpa che quasi sempre accompagna una perdita e anche sulle cose concrete: come tornare al lavoro, come attraversare il primo Natale, cosa fare degli oggetti. Con il tempo, per molte persone, il legame cambia forma: chi è morto non torna, ma smette di essere soltanto un'assenza.
Prima di aprire lo studio ho lavorato per anni come educatore in ambito psichiatrico e, per un periodo, accanto ad anziani nell'ultimo tratto della loro vita. Non è un titolo che serve a rassicurare nessuno: mi ha insegnato soltanto che si può stare vicino alla morte senza scappare e senza frasi fatte, e che spesso la cosa più utile è qualcuno che regge il silenzio insieme a te.
Gli incontri si svolgono nello studio di San Benigno Canavese, dove ricevo persone da Volpiano, Bosconero, Chivasso e da tutto il Canavese, oppure online. Il primo colloquio conoscitivo è gratuito e puoi usarlo solo per capire se è il momento; se prima vuoi farti un'idea di come lavoro, la trovi nella pagina sui colloqui psicologici individuali.
Un'avvertenza necessaria. Questa pagina ha uno scopo divulgativo e non sostituisce una valutazione clinica né un consulto medico. Se in questo momento sei in pericolo, se pensi di farti del male o se qualcuno accanto a te lo è, chiama subito il 112 o rivolgiti al pronto soccorso più vicino.
Se hai bisogno di parlare con qualcuno, anche di notte, puoi chiamare Telefono Amico Italia al 02 2327 2327. Per un colloquio con me puoi scrivermi o telefonare al +39 327 385 4462.