In breve
- Un attacco di panico è un'ondata di paura molto intensa che sale in pochi minuti e poi scende da sola: è sgradevolissima, ma di per sé non è un infarto e non fa impazzire.
- L'ansia è uno stato di allerta prolungato; l'attacco di panico è un picco improvviso. Spesso convivono, ma non sono la stessa cosa.
- Il problema, di solito, non è il singolo episodio: è la paura che torni, che porta a evitare luoghi e situazioni e a restringere la vita un pezzo alla volta.
- Prima di leggere di psicologia vale la pena parlarne con il medico di base: alcuni sintomi simili hanno cause fisiche che è giusto escludere.
Cosa si prova durante un attacco di panico
Un attacco di panico arriva addosso come un'ondata, in pochi minuti e spesso senza un motivo visibile. Il cuore accelera e lo senti battere in gola. Il respiro diventa corto, come se l'aria entrasse ma non arrivasse fino in fondo. Le mani formicolano, le gambe si fanno molli, la testa gira, e le cose intorno sembrano finte, viste da dietro un vetro. Sopra tutto questo c'è un pensiero preciso, ed è la parte peggiore: sto per morire, sto per svenire davanti a tutti, sto impazzendo.
Poi l'onda scende. Restano una stanchezza pesante, spesso un po' di vergogna, e una domanda che da quel momento non ti molla più: e se succede di nuovo? Se ti sei riconosciuto in queste righe, è un'esperienza molto comune. Nello studio di San Benigno Canavese è uno dei motivi per cui le persone chiamano più spesso, e quasi tutte cominciano allo stesso modo: «mi sembra di essere l'unico a cui succede».
Che differenza c'è tra ansia e attacco di panico
L'ansia è uno stato, l'attacco di panico è un episodio. L'ansia somiglia a un motore tenuto su di giri: pensieri che rimuginano, muscoli contratti, sonno leggero, un allarme di fondo che non si spegne mai del tutto. Può durare settimane e di solito ha un oggetto: il lavoro, la salute, una persona.
L'attacco di panico è invece un picco: sale rapidamente, tocca il massimo, poi cala. Dura poco, anche se mentre lo attraversi sembra non finire più. Le due cose si tengono compagnia - un periodo di ansia alta prepara il terreno - e il primo attacco magari arriva in un momento tranquillo, in coda al supermercato o in autostrada. Proprio per questo sembra assurdo, e spaventa il doppio.
Cosa succede nel corpo, e perché non è pericoloso anche se sembra
Quello che senti è un sistema di allarme antico che si accende quando non serve. Il corpo si prepara a scappare o a combattere: il cuore pompa più sangue ai muscoli, il respiro accelera, la digestione si ferma. È la reazione che ti salverebbe la vita davanti a una minaccia reale, ma si attiva in ascensore o alla cassa, dove non c'è nulla da cui fuggire. Ecco perché sudi, tremi, hai la nausea: sono effetti collaterali di una preparazione all'azione. Il respiro veloce, in particolare, altera l'equilibrio dei gas nel sangue e produce vertigini e senso di irrealtà, che a loro volta spaventano ancora di più.
Non significa che sia «tutto nella tua testa»: quello che senti è reale, il corpo lo sta facendo davvero. Significa che l'allarme sta suonando per un incendio che non c'è. Ed è importante ripeterlo: le sensazioni del panico sono estremamente sgradevoli ma non equivalgono a un infarto e non fanno perdere la ragione. Perché questa rassicurazione abbia un valore concreto, però, va confermata da chi può escludere altre cause: un medico.
La paura della paura e la trappola dell'evitamento
Per molte persone il vero problema non è l'attacco in sé, ma quello che comincia subito dopo. La mente fa una cosa comprensibile: cerca di impedire che si ripeta. Così inizi a controllare il battito, a stare attento a ogni capogiro, a chiederti «e se mi succedesse proprio qui?». Questa sorveglianza continua tiene alta l'attivazione e rende più probabile ciò che temi.
Poi arriva l'evitamento. Non prendi più la tangenziale verso Torino, eviti il supermercato nell'ora di punta, rinunci al cinema e ai viaggi. Ogni rinuncia porta un sollievo immediato: è per questo che funziona così bene ed è per questo che è una trappola, perché ogni volta che eviti confermi al tuo cervello che quel posto era davvero pericoloso. La vita si restringe un pezzo alla volta e spesso ce ne si accorge solo mesi dopo. Vale anche per l'abitudine di uscire solo «coperti», con qualcuno accanto o con la pastiglia in tasca senza prenderla: sono strategie sensate, nate per proteggerti, ma alla lunga sono anche ciò che tiene in piedi il problema.
In questa pagina
Parlarne è già qualcosa
- Primo colloquio conoscitivo gratuito, in studio o in videochiamata.
- Studio a San Benigno Canavese (TO), a pochi minuti da Volpiano e Chivasso.
- Non devi avere le idee chiare per cominciare.
Cosa fare durante un attacco di panico
Non esiste un trucco che lo spegne a comando. Quello che segue non serve a farlo sparire: serve ad attraversarlo con meno spavento e a non aggiungere paura alla paura. Molte persone lo trovano utile. Se a te non funziona, non hai sbagliato nulla.
Se stai accanto a chi lo sta avendo: non dirgli di calmarsi e non minimizzare. Resta lì, parla piano, digli che sai cos'è e che passa, chiedigli cosa gli serve. La tua calma è la cosa più utile che hai.
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Dagli un nome
Dirti «è un attacco di panico, l'ho già sentito, sale e poi scende» sembra poco. In realtà cambia molto: toglie all'esperienza la parte di mistero, che è quella che spaventa di più.
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Allunga l'espirazione
Non serve respirare di più: nel panico si respira già troppo. Serve buttare fuori l'aria più a lungo di quanto la si prende. Molti trovano gestibile inspirare contando fino a quattro ed espirare fino a sei, senza forzare. Se contare ti agita, limitati ad allungare il fiato in uscita.
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Ancorati a ciò che c'è intorno
Appoggia i piedi a terra e senti il pavimento. Nomina a mente cinque cose che vedi, quattro che senti, tre che puoi toccare. Sposta l'attenzione dal controllo del corpo al mondo esterno, dove il panico non c'è.
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Se puoi, resta ancora un minuto
Rimanere dove sei finché l'onda inizia a scendere è il modo in cui il tuo cervello impara che quel luogo non ti ha fatto niente. Se proprio devi uscire, esci: non è una sconfitta, ci tornerai.
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Dopo, trattati bene
Quando è passato sei stanco, ed è normale. Non serve capire subito cosa l'abbia scatenato: quel lavoro si fa dopo, a mente fredda, meglio se con qualcuno che ti aiuta a guardarlo.
Se è la prima volta in assoluto, o se i sintomi sono diversi da quelli che conosci - dolore al petto che si irradia, svenimento vero, difficoltà a parlare o a muovere un lato del corpo - non stare a interpretare: chiama il 112. Un controllo in più è sempre la scelta giusta.
Perché l'onda passa da sola, ma il problema torna
Ogni attacco di panico finisce, sempre: il corpo non è in grado di mantenere a lungo quel livello di attivazione, e dopo qualche minuto la curva scende, che tu faccia qualcosa oppure no. È una buona notizia e una cattiva insieme. È buona perché significa che non devi «vincere» l'attacco: devi solo attraversarlo.
È cattiva perché il sollievo finale viene quasi sempre attribuito all'ultima cosa che hai fatto - sono uscito, ho preso aria, ho chiamato mia sorella - e così quella cosa diventa indispensabile. Il singolo episodio passa, il meccanismo resta e si rinforza. Per questo un percorso sull'ansia non lavora soltanto sui sintomi, ma su ciò che li tiene accesi: il controllo, l'evitamento e le cose di cui l'ansia sta parlando senza dirle apertamente.
Quando ha senso chiedere aiuto
Non serve aspettare che la situazione diventi grave. Quelli che seguono non sono criteri diagnostici - una diagnosi si fa parlando con un professionista, mai su una pagina web - ma sono buoni motivi per parlarne con qualcuno:
- gli episodi si ripetono e hai iniziato a temere il prossimo più di quanto temessi l'ultimo;
- stai evitando luoghi, mezzi o situazioni che prima affrontavi senza pensarci;
- l'ansia ti sta togliendo sonno, concentrazione o serenità sul lavoro: capita spesso che si intrecci con lo stress da lavoro e il burnout;
- usi alcol, cibo o farmaci non prescritti per abbassare la tensione;
- ne stai parlando poco o niente con le persone che ti stanno intorno.
E, in ogni caso: se ti passa per la testa di farti del male, non aspettare. Parlane oggi stesso con il tuo medico, con una persona di fiducia, oppure chiama il 112.
Come funziona un percorso psicologico sull'ansia
Il primo passo è capire di che cosa è fatta la tua ansia, perché non è uguale per tutti. Nei primi colloqui individuali ricostruiamo insieme quando è iniziata, in quali situazioni si accende, cosa fai per tenerla a bada e cosa hai smesso di fare. Già solo mettere ordine in questo materiale, per molte persone, abbassa un po' il rumore di fondo.
Poi si lavora su due piani. Uno riguarda il presente ed è concreto: riconoscere il circolo dell'evitamento, ridurlo per gradi e con i tuoi tempi, imparare a stare nelle sensazioni invece di combatterle di nascosto. L'altro riguarda il senso: in quale momento della tua vita è comparsa quest'ansia, quale cambiamento sta annunciando. Lavoro secondo la psicologia analitica di Jung - nella pagina sull'approccio junghiano trovi spiegato cosa significa in pratica - e in quest'ottica un sintomo non è solo un guasto da spegnere: è anche un messaggio, per quanto scomodo.
Non prometto risultati, e diffido di chi lo fa. Posso dirti cosa vedo accadere spesso: la paura smette a poco a poco di essere l'unica cosa sulla scena e la vita ricomincia ad allargarsi. Gli incontri si svolgono in studio a San Benigno Canavese - comodo da Volpiano, Bosconero e Chivasso - oppure online in videochiamata, a volte il modo più semplice per cominciare quando spostarsi pesa.
Prima di tutto: parlarne con il medico di base
Diversi sintomi dell'ansia assomigliano a sintomi di altre condizioni, e questo va chiarito prima di ogni altra cosa. Palpitazioni, respiro corto, vertigini, tremori e stanchezza possono dipendere anche da questioni tiroidee o cardiache, da alcuni valori alterati, da certi farmaci o dalla caffeina. Non sono un medico: non posso escluderlo io, né lo può fare la pagina di un sito. Parlane quindi con il tuo medico di famiglia e fai i controlli che ti indica. Se emerge l'utilità di una valutazione psichiatrica o di un supporto farmacologico per un periodo, non è un fallimento: i due piani possono procedere insieme e, con il tuo consenso, si può fare rete con chi ti segue.
Un'avvertenza necessaria. Questa pagina ha uno scopo divulgativo e non sostituisce una valutazione clinica né un consulto medico. Se in questo momento sei in pericolo, se pensi di farti del male o se qualcuno accanto a te lo è, chiama subito il 112 o rivolgiti al pronto soccorso più vicino.
Se hai solo bisogno di parlare con qualcuno, anche nel cuore della notte, puoi chiamare Telefono Amico Italia al 02 2327 2327. Per fissare un colloquio con me puoi invece scrivermi o telefonare al +39 327 385 4462.